Andrea Cavina: una sola chitarra classica per “10 Lettere”


Scrivere lettere in un tempo distopico dentro cui regna in assoluto la velocità digitale. Scriverle poi come fossero a mano, ricche dunque di sbavature, di tratti sghembi, di semplicità umana. E infine affidare a loro il compito di indagare l’uomo e lasciargli spazio per fantasticare, disegnare, inventare e colorare altro oltre al significato estetico di una parola… parola che qui diviene titolo e solo quello perché in questo lavoro di Andrea Cavina, a parlare, è solo il tessuto armonico e melodico di una chitarra classica. Si intitola “10 Lettere” il disco del compositore di Faenza, disco che custodisce una musica che ormai siamo raramente abituati a sentire ma che forse in se culla le radici di ogni genere e costume. La composizione che come forma ha solo un lungo dialogo ispirato, questa volta ad esempio, dai grandi artisti della cultura mondiale, del passato antico come del tempo attuale. E dunque 10 lettere come anche 10 dediche, dieci moti di ispirazione per quel che sarà un lavoro difficile da consumare dentro questo tempo, che come abbiamo detto, corre e non ha tempo di dedicare spazio alle cose. E qui di spazio ne serve parecchio. E noi ce lo prendiamo… buon viaggio!

Andrea Cavina e le sue lettere. Ho trovato che il tutto sia qualcosa di troppo personale e poco “pubblico”. Non so se mi sono spiegata. Sbaglio?
Prima di partire con le risposte, vorrei ringraziarti per le domande: nel percorso di creazione e produzione del disco, mi sono trovato a riflettere sugli stessi interrogativi. Quindi mi sento molto in linea con il tuo pensiero e con i tuoi quesiti. L’esigenza di scrivere questo disco parte certamente da una natura personale. Quello che invece può innescare un dialogo con il pubblico è il linguaggio che ho utilizzato. Dal momento in cui non sono un compositore nel senso accademico del termine, quello che ho scritto ha più a che fare con il mondo delle emozioni e delle immagini.
Nasce da ascolti ed esperienze di varia natura, che ho cercato di esprimere con il mio strumento musicale. Il linguaggio musicale è vicino a quello della canzone o della colonna sonora, alle composizioni di Einaudi, Tiersen o Cacciapaglia, ma attinge anche da mondi del pop e del rock, con idee che arrivano dai Led Zeppelin così come da Ben Harper o dai Kings of Convenience. Per riprendere un titolo di Franco Fabbri, è il suono in cui viviamo.

Esiste una “lettera” a cui tieni maggiormente? Una che magari ha dato l’ispirazione al resto del disco?
Pur mantenendo uno stesso stile, ogni lettera ha un proprio carattere personale.
Non è che ce ne sia una preferita. Mi piace come sono riuscito a realizzare certe idee musicali in Stazioni, dedicata a due grandi chitarristi quali Andrew York e Pat Metheny, ma sono molto contento del risultato raggiunto con Studiando Van Gogh, dove per la prima volta ho composto con la tecnica del tremolo. Se proprio vogliamo cercare il brano che ha dato, non tanto l’ispirazione, quanto l’avvio alle altre composizioni, è stato Aria, che poi è diventato il brano di apertura dell’album.
Aria è la lettera a Ludovico Einaudi. È un preludio e infatti è diventato il pezzo di apertura del disco; è stato il primo brano che ho scritto e in effetti c’è un aneddoto legato a questo.
Lo proposi dal vivo come inedito durante un concerto di brani di repertorio chitarristico.
Fu una serata faticosissima, la ricordo ancora bene, perché non suonavo da anni e volevo riprendere i repertori classici, ma ero molto teso e in realtà quello che suonavo non mi dava gusto. Alla fine, visto che la serata “ormai era andata”, suonai Aria come bis.
Il pubblico apprezzó, ma soprattutto io mi sentii bene nell'eseguire la mia musica.
Era l‘estate del 2017. Tornato a casa iniziai subito a scriverne un secondo e nel giro di un anno avevo scritto le 10 lettere.

Chitarra classica o acustica? Per te che mondi sono e come li scegli?
Chitarra classica.
Ho lavorato per molti anni con la chitarra elettrica, ma il mio percorso di studi è quello classico, del conservatorio. Ho ascoltato e ho provato a “giocare” anche con la chitarra acustica, studiando un po’ di fingerstyle da autodidatta, ma quella la lascio a chi sa usarla.
La scelta della chitarra classica è quella più onesta: mi piace, ho studiato le tecniche e classiche e mi esprimo con ciò che conosco. Come in tutti i settori il “sentito dire” o “l’imitazione” ad un certo punto non reggono più. C’è una particolarità, però. La mia musica non è necessariamente per chitarra. Certi brani in particolare sono più vicini alla composizione pianistica, altri possono evocare atmosfere orchestrali, altri lo stile della canzone.
Quando suono, penso ai diversi strumenti che potrebbero eseguire le diverse voci espresse dalla chitarra, per cui su Attorno al fuoco immagino un’arpa celtica e un flauto o un violino, in Alba un’orchestra che esegue una colonna sonora, in Partenze a un testo cantato, in Vento nella foresta immagino Roberto Cacciapaglia che incontra i Led Zeppelin di Immigrant song… Insomma, vedo oltre il mio strumento.

Ho un’altra impressione che mi arriva dall’ascolto. Come se fosse l’uomo il vero destinatario… come fosse la ricerca dell’uomo e non della sua tecnica… che mi dici?
È vero. Ho voluto creare qualcosa che prima di tutto piacesse a me, altrimenti non credo che avrei potuto trasmettere qualcosa di sincero.
I destinatari sono le persone. Credo che sia un disco in grado di accompagnarti mentre torni a casa dal lavoro, oppure a farti da sottofondo mentre stai studiando.
Lo vedo bene in un caffè, o in un ambiente di lavoro.
Mi piacerebbe essere utile con quello che so fare.
Non so se ho colto il senso della domanda, ma penso che più che il tecnicismo fine a sé stesso, sia necessario “arrivare” alle persone. Pensa a Battisti, arrivato ad essere considerato un “non-cantante”, che ha messo a nudo gli stati d’animo dell’essere umano. Lo stesso Jovanotti, che da oltre trent’anni (quasi quaranta, ormai) viene criticato sempre per lo stesso motivo, ma è ancora lì che parla a un pubblico vastissimo e trasversale, per genere, per età e anche per gusti musicali.
Sono contento che si colga questo aspetto “umano” nel mio lavoro.

E in ultimo: posso dirti che la copertina e la sua “faccia” mi porta altrove? Come se non appartenesse a questo disco…
Ah! Centro! Grazie per la domanda. La copertina!
È stata una scelta quasi più difficile che non il disco stesso.
Può essere che porti altrove, anche se altri non la vedono così. Quindi già il fatto che susciti reazioni contrastanti, per me ha un valore. Questa copertina, forse, ha più attinenza se si ha in mano il disco fisico, in effetti. Io avevo altre idee, che si sono scontrate con quelle dei grafici (lo dico in modo affettuoso, dato che sono molto contento delle persone con cui ho lavorato e di quello che abbiamo realizzato). In ogni caso, questa immagine “ha il dovere” di portare altrove.
C’è un chitarrista classico (nello strumento e nel vestito) che suona in un luogo e in una posa molto diversi dall’ambito in cui normalmente certa musica viene suonata.
È il mio obiettivo: portare la chitarra classica fuori dagli ambienti canonici.
Nel disco fisico, all’interno, ho una posa “classica” ma un vestiario molto semplice, camicia, jeans e scarpe da passeggio. Gialle. Questo per “rafforzare” l’idea di ambivalenza e di comunicazione tra due mondi che sembrano separati tra loro.
All’inizio sono stato il primo ad essere scettico per quella “faccia”, ma devo dire che mi piace molto.
Anzi, sono contento che porti altrove: fa il suo lavoro!
Grazie per l’intervista e per l’attenzione alle mie 10 lettere.

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