Intervista ai JaydeeQ: il racconto dell'album omonimo del trio elettronico


Con il loro album omonimo, i JaydeeQ costruiscono un universo sonoro in cui elettronica, sperimentazione e approccio live convivono senza compromessi. Un lavoro che nasce dall'incontro tra sintetizzatori, improvvisazione, ricerca timbrica e una visione musicale che mette al centro la composizione prima ancora della tecnologia. Tra glitch, rumori, manipolazioni vocali e una forte attenzione all'interazione tra gli strumenti, il duo sviluppa un linguaggio personale che sfugge alle definizioni più tradizionali della musica elettronica. 

Abbiamo incontrato i JaydeeQ per approfondire il processo creativo dietro l'album, il rapporto con i sintetizzatori, l'importanza dell'errore e la dimensione live che continua a guidare ogni loro scelta artistica.

In “JaydeeQ” la produzione ha un ruolo centrale. Quanto tempo dedicate alla ricerca del suono rispetto alla scrittura vera e propria?
Meno di quello che si possa pensare. Alla base ci piace pensarci dei musicisti, scarsi ma dei musicisti e così come un pittore può anche comprarsi i colori che più gli piacciono, senza per forza creare i pigmenti lui stesso a partire dalle piante o dai minerali, noi prediligiamo (tendenzialmente) la nota, la melodia e l’armonia alla scultura del suono. In termini pratici, ci capita spesso di utilizzare dei preset di vecchi synth come ad esempio il cs1x senza sentirci in nessun modo in colpa. Capita altrettanto spesso di modellare il suono soprattutto per le parti suonate col microfreak ma cerchiamo di non perderci troppo tempo. 
Altro aspetto invece è quello dell’arrangiamento e della composizione se vista in chiave di mix. Molto spesso per chi fa musica elettronica le fasi di mix, tracking e composizione si sovrappongono, nel senso che non sono fasi ben distinte come può capitare nella produzione di musica tradizionalmente suonata, ad esempio il jazz. Nel nostro caso cerchiamo, nelle nostre scarse possibilità e conoscenze di armonia e composizione, di scrivere ed arrangiare il brano immaginando come le varie parti strumentali possano interagire tra di loro, rappresentandoci mentalmente sia lo spettro armonico che le sovrapposizione di note, con timbri diversi sullo stesso grado. Nella pratica intendo dire che se il Mi di un basso corrisponde a 41hz ci poniamo la questione se scrivere una cassa che abbia la prima armonica sulla stessa frequenza o sulla sua ottava bassa od alta che sia. In questa maniera si opera una prima fase di mix già in fase di composizione perché ti troverai (non sempre ma idealmente) strumenti ben separati tra i 20 ed i 20k hz, evitando di lavorare dopo, magari costretti ad inventarsi soluzioni troppo invasive di mix.

Come nasce il vostro approccio ai sintetizzatori e alla manipolazione elettronica?
Personalmente a partire dall’oggetto. Sono oggetti che amo e che mi piace toccare. Mi piace utilizzare le mani contemporaneamente, ad esempio, cosa che il computer non fa perché legge un’informazione per volta. O peggio ci si limita a fare tutto col mouse. Quindi ne faccio più una questione di ergonomia che altro, da questo punto di vista. Mi piacciono i ronzii. E mi piace ricercare vecchi synth o nuovi synth un po’ sconosciuti, anche per non spenderci troppi soldi, che francamente…

Nel disco ci sono molte texture glitch e aperture rumoriste. Quanto vi interessa lavorare sull’errore e sull’imprevisto?
Moltissimo. Molti dei glitch sono fatti durante la registrazione dei brani in diretta coi filtri integrati sui synth reali che utilizziamo. Altri invece sono fatti a posteriori con un filtro esterno dell’akai ed il motivo per cui usiamo filtri analogici e perché così non si può più tornare indietro. Una volta che hai registrato una traccia audio con i giochini di filtro, quella ti tieni oppure la rifai.

La voce viene continuamente trasformata e deformata. È stato naturale scegliere questa direzione?
A dire il vero è stata l’ultima cosa ad arrivare e lì invece sì che abbiamo utilizzato massivamente i plugin. No non siamo persone coerenti e neanche dei puristi di nulla. Le voci sono state per mesi nude e crude, registrate live da un microfono. E’ vero che nei live e quindi nelle registrazioni del disco utilizziamo comunque un octaver sulla voce, delay e riverbero quindi nude e crude per modo di dire, però gli interventi più drastici sono stati operati durante la terza revisione di mix, che è stata poi quella definitiva. In questa fase sono stati anche aggiunti i delay sulle casse che prima non c’erano. Dal momento che siamo una band live ci piace però che la scrittura e la composizione siano “limitate” alla condizione di scrivere ed arrangiare brani che siano suonabili live, sicuramente diversi dal disco ma che funzionino comunque.

Quanto conta la dimensione analogica all’interno del vostro setup?
Bisogna capire cosa si intende per analogico. Da come l’ho capita io analogico si riferisce a qualcosa che rappresenta o trasmette informazioni attraverso variazioni continue, in contrapposizione al digitale che usa valori discreti (0 e 1). Ed anche l’etimologia di analogico è analogia quindi somiglianza, proporzione. Mentre digitale viene da digitus, dito, perché rende l’idea di contare sulle dita che è la forma più antica di calcolo e le dita sono unità discrete, separate, come i bit. Nel nostro caso la distinzione è più virtual instrument (plugin del computer) o real instrument, un synth coi tasti e con i pomellini. Alcuni synth coi tasti ed i pomellini usano chip quindi vattelapesca se siamo nell’ambito dell’analogico o digitale. Il punto per noi è l’ergonomia di un attrezzo il synth, che nasce con quello scopo ed è quindi pensato con tutti i suoi tastini levette e pomellini pronti all’uso, anche contemporaneamente.

Vi sentite più vicini alla figura del musicista live o a quella del producer elettronico tradizionale?
Musica live, siamo dei punk che suonano techno in fin dei conti.

Ci sono state tracce che hanno cambiato completamente forma durante la produzione?
No, direi di no. 

Qual è stata la sfida tecnica più grande affrontata durante la lavorazione dell’album?
Suonare insieme bene per evitare  di quantizzare dopo, o fare interventi troppo violenti sul timing. I pezzi li abbiamo provati molto prima di registrarli, proprio come una band rock o altro.