Restare o partire: Marco Sciorio racconta il legame con le radici in “Mi siederò qui”


C’è un momento in cui il luogo da cui si proviene smette di essere solo casa e diventa una domanda. È da qui che parte “Mi siederò qui”, il nuovo singolo di Marco Sciorio (Maionese Project), in rotazione radiofonica da venerdì 6 marzo 2026 e già disponibile in streaming dal 20 febbraio.
Il brano affronta il rapporto con le proprie origini come una presenza viva e ambivalente. La terra natale protegge, ma può anche diventare un limite quando cresce il bisogno di costruire altrove la propria identità.
Sciorio mette in scena una tensione costante tra emancipazione e appartenenza: da un lato l’urgenza di partire, dall’altro il timore di perdere il proprio punto di riferimento. Una dinamica che attraversa il brano senza risolversi, ma trovando equilibrio nella consapevolezza.
Nel testo emerge anche la fragilità della giovinezza, vissuta come una stagione breve, così intensa da generare nostalgia mentre la si sta ancora attraversando. Il finale amplia lo sguardo: il viaggio è circolare. Tornare non è un passo indietro, ma una forma di riconciliazione.

“Mi siederò qui” nasce da un momento molto preciso della tua vita: come si è sviluppato il processo creativo del brano?
È nato in modo abbastanza spontaneo, ma allo stesso tempo molto legato a un momento preciso. Tornando da alcuni viaggi, mi sono ritrovato a guardare la mia città con occhi diversi, quasi come se non mi appartenesse più del tutto. Da lì è iniziato tutto: ho sentito il bisogno di fermarmi e capire cosa stessi provando davvero. Il processo creativo è stato molto naturale, ho iniziato a scrivere senza una direzione precisa, lasciando spazio alle sensazioni. Pian piano il brano ha preso forma, come se stessi mettendo ordine dentro qualcosa che fino a quel momento era confuso.

Hai scritto prima la musica o il testo?
In questo caso è nata prima la musica. Avevo già in mente un’atmosfera molto precisa, qualcosa di sospeso, quasi onirico, che potesse accompagnare quel tipo di sensazione. Da lì il testo è arrivato in modo abbastanza naturale, come se trovasse già il suo spazio all’interno di quel suono. Per me la musica spesso è il punto di partenza, perché crea il contesto emotivo in cui poi le parole possono esistere.

Quanto è autobiografico questo pezzo rispetto ad altri tuoi brani?
È molto autobiografico, ma in realtà lo sono tutti i miei brani. Anche quando non racconto episodi specifici, parto sempre da qualcosa di personale, da emozioni o sensazioni che ho vissuto davvero. “Mi siederò qui” forse è più diretto rispetto ad altri, perché nasce da un momento molto preciso, ma in generale la mia scrittura è sempre legata a un percorso introspettivo.

Quando scrivi, pensi più a raccontare una storia o a trasmettere una sensazione?
Penso molto più alla sensazione. È la cosa che mi guida dall’inizio alla fine. Non mi interessa tanto raccontare una storia lineare, quanto riuscire a far arrivare qualcosa a chi ascolta, anche in modo non completamente razionale. Se una canzone riesce a trasmettere un’emozione, anche solo per immagini o per atmosfera, allora per me funziona. La storia, quando c’è, nasce proprio da quel bisogno di dare una forma a quella sensazione.

C’è un verso della canzone che senti particolarmente vicino alla tua esperienza?
Sì, sicuramente “giri immensi per non fermarmi mai ma alla fine mi siederò qui”. È una frase che rappresenta molto bene quello che ho provato: il bisogno di muovermi, di cercare continuamente qualcosa altrove, quasi per non fermarmi mai davvero. Ma allo stesso tempo c’è la consapevolezza che prima o poi devi fermarti e guardarti. Quel verso racchiude proprio questa tensione tra il voler scappare e il bisogno, alla fine, di restare.