Tiberio Ferracane: l’artigiano poeta e la sua “Magaria”

 

Non so se sia una cosa grave o una cosa ormai “normale” quella di stupirci in qualche modo davanti alla “normalità” delle cose. E qui la “normalità” ha un significato pregiato perché accostato dentro le tinture artigiane del suono, della resa estetica di suonatori umani e non digitali, di amici, di professionisti dello strumento e della parola. E il risultato si sente… c’è poco da fare e non siamo qui a cercar di cadere in piedi girando la pizza in mille altri modi. Si sente e fa differenza. Mettiamolo in circolo questo “Magaria”, nuovo disco del cantautore di lungo corso Tiberio Ferracane. Gustiamone il calore dei suoni di cassa e di basso, coccole di mano esperte e di vento lieve alle guance, quel fare tagliente delle chitarre che non graffiano ma che restituiscono carattere in quel modo di dire le cose… ascoltiamo il pianoforte che riempie, conciso nei dialoghi, senza voli pindarici, efficace ma soprattutto compagno di un messaggio invece che personaggio in cerca di protagonismo. E ascoltiamo anche quella leggerissima elettronica a corredo che colora, che da aria, che forse addirittura non c’è ed è solo il nostro orecchio viziato che vuol ricercarla. Ma per elettronica noi sempre accogliamo tutto, anche quel modo di produrre dietro i computer. E poi non solo dentro gli inediti nuovi di Ferracane, ma anche dentro le grandi interpretazioni dei brani celebri che ha scelto di ricantare… ascoltiamo l’uomo come si trasforma e come trasforma le cose senza mancarne di rispetto ma senza mancarne a se stesso. La persona esce come individuo e non come estetica di copertina. L’uomo vien fuori come anima pensante e non solo come automa computerizzato. E la perfezione del disco vien macchiata dalle inflessioni invisibili che non so riconoscere ma che sento e che traducono il suono in umano e vero. Un bellissimo disco, francese e africano, siciliano e italiano assieme. Un disco morbido dentro cui anche le pietre che cadono come macigni nel cuore - grazie a liriche sociali e personali qualche volta struggenti di romanticismo mai scontato - sono pietre che cadono su cuscini ricamati a mano. Ed è la vita che si manifesta con goliardia alcolica, di rum e di notte, di noir ma anche di sole caldo sulle rive del grande mare nostrum, come naufraghi ma anche come cantori di blues e portatori sani di contaminazione. E su quel mare dove i suonatori son anime in cerca di salvezza (e che spesso trovano morte), la vita della sua infanzia e dei suoi genitori ancora bambini si celebra con eleganza. Tanto per dirne una ecco…
“Magaria”, è anche un disco contaminato e ispirato sottovoce dalla mano scomparsa troppo presto di Philippe Troisi che Ferracane omaggia scegliendolo come incipit, come chiusa e come qualcosa da interpretare a suo modo nella serie di grandi brani scelti e riproposti dopo la lunga distesa di inediti.
“Magaria” è un disco per chi ha palato raffinato. Ai soliti ricercatori di cliché digitali non è dato spazio e parola per dire la propria. Saprete certamente programmare un computer ma nulla potete davanti al fascino di note blu nascoste dietro la silhouette armonica di liriche scelte ad arte.

 
 
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