Gemini, “Universi” è il racconto di un percorso umano e musicale


Con
Universi, Gemini racchiude e rielabora il suo percorso artistico in un disco intenso e profondamente personale. L’album attraversa l’amore in tutte le sue forme, trasformando emozioni, fragilità e immaginazione in un racconto sincero che unisce realtà e sogno. Brano dopo brano, Universi diventa uno spazio in cui perdersi e ritrovarsi, lasciando all’ascoltatore la libertà di riconoscersi in ogni parola. In questa intervista per Il Riflettore, Gemini racconta la genesi del disco e le costellazioni emotive che lo abitano.

“Universi” sembra costruire un ponte tra immaginazione cosmica e fragilità umana. Da quale immagine è nato il concept del disco?
È nato da un paradosso molto semplice: sentirsi minuscoli sotto un cielo enorme e, allo stesso tempo, sentire che dentro abbiamo un caos infinito, quasi più grande dello spazio fuori.
L’immagine che mi ha acceso tutto è stata quella di qualcuno che guarda il cielo di notte e si chiede: “Se domani scoppiasse tutto, dove vorrei rinascere?”.
Da lì è arrivata l’idea di “Universi” come luogo in cui le nostre paure, i nostri amori, le nostre vertigini interiori diventano galassie: non più solo qualcosa che subiamo, ma paesaggi in cui possiamo muoverci, perderci e magari trovarci.

Nei tuoi brani l’amore è spesso una forza che salva ma che mette anche a nudo. Quanto è stato difficile raccontarlo senza idealizzarlo?
È stato difficile perché nella vita, prima ancora che nelle canzoni, tendiamo tutti a idealizzare qualcuno o qualcosa per sentirci più al sicuro.
In questo disco ho provato a fare il contrario: parlare di un amore che salva proprio perché non è perfetto, perché ti vede nelle tue ombre, nelle tue contraddizioni, nelle giornate no.
Ho cercato di non edulcorare niente: ci sono i litigi, il bisogno di conferme, la paura dell’abbandono, ma anche quei gesti piccolissimi che ti fanno dire: “Ok, forse qui posso stare”.
L’amore, nei miei brani, non è un finale da film: è un posto fragile ma vero, dove puoi permetterti di crollare e poi ripartire.

In “Pagine al vento” affronti il tema del destino scritto da altri. È una ferita che porti da tempo?
Sì, è una ferita che viene da lontano. Ho spesso avuto la sensazione che qualcun altro stesse “decidendo” per me: le aspettative degli altri, le etichette, i “tu sei fatto così, quindi farai questo”.
“Pagine al vento” nasce proprio da quella frustrazione: la sensazione di avere un copione in mano che non hai scritto tu.
Scriverla è stato il modo per strapparlo, quel copione, e dirti che il destino lo puoi riscrivere anche a metà storia, anche quando ti sembra tardi.
È una canzone che porto molto a cuore perché mi ricorda che non devo per forza aderire all’immagine che gli altri hanno di me.

Cosa hai scoperto di te stesso durante la scrittura dell’album che non avevi ancora messo a fuoco?
Ho scoperto che non sono solo le mie fragilità: per anni mi sono definito solo attraverso quello che mi mancava.
Scrivendo l’album ho capito che anche le cicatrici, le paranoie, perfino gli errori fanno parte di un disegno più grande, di un “universo” personale che può avere senso.
Ho anche realizzato che ho molto più bisogno di pace di quanto pensassi: meno rumore, meno dimostrazioni, più verità.
E soprattutto ho capito che posso permettermi di essere onesto nelle canzoni senza avere paura di risultare “troppo”.

Se il disco fosse una costellazione, quali sarebbero le stelle più luminose e quelle più nascoste?
Le stelle più luminose sono i brani che parlano d’amore in modo diretto, quelli che arrivano subito allo stomaco: “Universi”, “A mio agio con te”, “Dimmi che ci sei”.
Le più nascoste, invece, sono quelle canzoni che magari all’inizio passano più in sordina, ma se le ascolti in cuffia di notte ti aprono un mondo: penso a “Pagine al vento”, a “Fuori controllo”, alle tracce più intime.
Mi piace l’idea che l’album funzioni un po’ così: alcune stelle le vedi subito, altre le scopri solo quando ti fermi a guardare il cielo con più attenzione.