Sasà V – “Resto qui”: intervista sul nuovo singolo
È un brano che non alza la voce, ma resta. “Resto qui”, il nuovo singolo di Sasà V, si muove nello spazio fragile dell’assenza, trasformandola in presenza emotiva, in una tensione silenziosa che attraversa ogni verso. È una ballad intima e malinconica che racconta ciò che resta quando qualcuno se ne va: stanze svuotate, luci accese per nessuno, oggetti che diventano memoria e silenzi che pesano più delle parole.
La canzone disegna una vera e propria geografia emotiva del vuoto, abitata da chi sceglie di restare, di non fuggire, di vivere l’attesa come atto di resistenza. In “Resto qui” la solitudine non è solo mancanza, ma una forma ostinata di fedeltà a ciò che non c’è più, una speranza trattenuta che affida al tempo il compito di curare le ferite.
Ne nasce un racconto delicato, fatto di metafore leggere e arrangiamenti essenziali, in cui malinconia e speranza convivono senza annullarsi. Con Sasà V abbiamo parlato dell’origine emotiva del brano, delle scelte musicali che hanno dato forma all’attesa e del momento in cui una canzone smette di chiedere altro e si dichiara, finalmente, compiuta.
Da dove nasce musicalmente “Resto qui”: da una melodia, da un testo o da un’emozione precisa?
Nasce da un’emozione precisa. Prima ancora del testo e della melodia c’era un sentimento chiaro, molto forte. La musica e le parole sono arrivate dopo, cercando solo di seguirlo e di non tradirlo
Hai definito il brano una ballad sull’attesa: come hai tradotto questo concetto negli arrangiamenti?
Ho usato arrangiamenti semplici e lenti, con pochi strumenti. Ho lasciato spazio ai silenzi e alle pause, così la musica dà davvero l’idea dell’attesa e del tempo che passa piano
Quanto tempo è servito per trovare l’equilibrio tra malinconia e speranza?
Ci è voluto tempo. Non è stato immediato trovare quel punto giusto. La malinconia veniva naturale, la speranza è arrivata piano, lavorando sul brano e lasciando decantare le emozioni. Solo così sono riuscite a stare insieme senza annullarsi.
C’è stato un verso o un passaggio che ti ha dato più difficoltà rispetto agli altri?
Si. Il verso che mi ha dato più difficoltà è stato “collegati cuore e mente ma divisi da due mura”. Volevo esprimere quella distanza interiore e quella tensione senza appesantire il testo, mantenendo tutto il più semplice e vero possibile.
Quando hai capito che la canzone era “finita” e non aveva bisogno di altro?
L’ho capito quando ho smesso di sentire il bisogno di aggiungere qualcosa. Riascoltandola, mi restituiva esattamente l’emozione da cui era nata, senza forzature. In quel momento ho capito che era completa così com’era.
Tags :
Interviste
