Antonio D’Angiò, “Buenos Aires”: intervista sul nuovo singolo tra menzogna e identità
Con “Buenos Aires”, Antonio D’Angiò firma un brano intenso e stratificato, nato da un lungo processo creativo e trasformato nel tempo fino a trovare una forma più ruvida ed emotiva. Un singolo che gioca con il concetto di menzogna, identità e immaginazione, ambientato in un luogo simbolico, lontano e vicino allo stesso tempo. In questa intervista per Il Riflettore, l’artista racconta il suo rapporto con la musica e il percorso che ha portato alla versione definitiva del brano.
Ciao Antonio, benvenuto. Prima di tutto, cos’è per te la musica?
Ciao Riflettore, è un piacere. Per me la musica è creazione e illusione: io non posso toccarla, lei però può attraversarmi. Mi pare fantastico!
Come è nato il nuovo singolo?
Buenos Aires è un brano che viene fuori dopo una lunga “fermentazione”: la strofa e il ritornello sono stati scritti a distanza di mesi l’uno dall’altro. Inizialmente cercavo un suono asettico, plastico, completamente digitale, a rappresentare la bugia espressa nel testo, ma “riscaldato” dagli archi.
Un anno dopo cambiai completamente programma: cercai dei musicisti per rifare una produzione orientata verso il rock, quindi sostituii alcuni strumenti (drum machine, organo, archi). Il risultato è sicuramente più grezzo, sporco e, dal mio punto di vista, più emozionante.
Quale messaggio vuoi trasmettere con questo brano?
Descrivere un argomento è complicato, perché sul piano tematico il brano si inserisce nel contesto di un album, quindi lo considero un pezzo di un quadro più grande. Ad ogni modo, la menzogna è la colonna portante del testo. Buenos Aires è un luogo che, per noi italiani, è esotico ma vicino per ragioni storiche e culturali. Io non ci sono nato lì, ma chi parla nel testo ci crede davvero.
A chi dedichi questo singolo?
A tutte le lettrici e i lettori de Il Riflettore.
Grazie mille per la tua disponibilità, vuoi aggiungere qualcosa per chiudere questa intervista?
È già perfetta così, grazie a voi!
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