“I don’t care”, il nuovo singolo di Veyra: intervista
Con “I don’t care”, Veyra firma un brano istintivo e diretto, nato da un’urgenza emotiva e costruito su una forte vibrazione interiore. Un singolo che lascia spazio alle sensazioni più che alle definizioni, trasformando la musica in un luogo di libertà e riconoscimento emotivo.
In questa intervista per Il Riflettore, Veyra racconta il rapporto con la musica, il processo creativo dietro il brano e il desiderio di creare una connessione autentica con chi ascolta.
Ciao Veyra, benvenuta. Spesso diciamo che la musica è una "cura" o uno "specchio". Per te, nel profondo, cos’è davvero questo rumore organizzato che chiamiamo musica?
Per me la musica è un mondo a parte. È uno spazio in cui posso isolarmi dal resto e rimettere ordine, capire meglio quello che provo e trasformarlo in qualcosa di condivisibile. È rumore organizzato, ma con un significato preciso: creare una connessione emotiva, prima con me stessa e poi con chi ascolta.
Il tuo nuovo singolo ha un'anima molto vibrante. In quale stato emotivo ti trovavi quando lo hai scritto? È stato un parto difficile o una necessità improvvisa?
Quando l’ho scritto mi trovavo in uno stato emotivo molto intenso, ma lucido. Più che un parto difficile è stata una necessità improvvisa: avevo bisogno di far uscire certe sensazioni senza pensarci troppo. Il brano è nato in modo spontaneo, quasi di getto, e poi è stato rifinito con calma, mantenendo però quella vibrazione iniziale che per me era fondamentale non perdere.
Se chi ascolta il tuo brano dovesse portarsi a casa una sola sensazione o un solo pensiero, quale vorresti che fosse?
Vorrei che chi ascolta portasse con sé una sensazione di libertà emotiva, come se per qualche minuto potesse lasciar andare le aspettative e sentirsi legittimato a provare quello che prova. Più che un messaggio preciso, mi interessa che resti un mood, qualcosa che continua a risuonare anche dopo l’ascolto.
A chi (o a cosa) è rivolto questo brano? È una lettera a te stessa, un dialogo con qualcuno o un messaggio universale?
È nato come qualcosa di molto personale, quasi un dialogo interiore, ma nel momento in cui è diventato una canzone ha smesso di appartenere solo a me. Non è una lettera indirizzata a una persona specifica, quanto piuttosto un messaggio aperto, in cui chi ascolta può riconoscersi e leggere la propria esperienza.
Grazie per essere stata con noi. C'è qualcosa che non ti abbiamo chiesto, un pensiero o un "grazie" che vorresti lasciare ai lettori de Il Riflettore prima di salutarci?
Vorrei solo dire un grande grazie a chi ascolta davvero, che si prende un momento per fermarsi e sentire la musica con cuore aperto. Grazie anche a Il Riflettore per avermi dato questo spazio: spero che la mia musica possa portare un po’ di luce, emozione e compagnia a chi la incontra.
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