Digita qui per ottenere risultati di ricerca!

Semafori o rotonde in educazione? Ovvero vittoria ai rigori o vittoria del rigore?


Davide Pagnoncelli è uno psicologo, psicoterapeuta con formazione in Teatroterapia e Arteterapia, parallelamente all’attività clinica, ha un’esperienza di vent’anni in ambito scolastico come responsabile di un originale Servizio Psicologico di sistema, dalla Primaria alla Secondaria di primo e secondo grado.
 
Oltre a pubblicare, per addetti ai lavori, ricerche in ambito psicopedagogico e sociale su varie riviste scientifiche, la sua vasta esperienza lo ha portato a voler condividere con altri il frutto del suo lavoro e lo ha fatto con un libro dal titolo “Figli felici a scuola” e il sottotitolo, non meno significativo, “Come migliorare l’esperienza scolastica dei propri figli con l’aiuto di un Allargacervelli”.
 
Quali sono stati i suoi presupposti per gli interventi ventennali nell’ambito scolastico?
Oggi c’è molta confusione e molta disinformazione su cosa possa essere lo specifico dell’intervento psicologico. Lo psicologo è spesso identificato con il dottore degli “svitati”, portatori di qualche non meglio identificato “problema cerebrale”. Appunto viene in gergo denominato “strizzacervelli”. E perché non “allargacervelli”? C’è chi pensa purtroppo che lo psicologo intervenga a scuola esclusivamente o prevalentemente ove sussistano problemi, negatività, disturbi vari, comunque dove appare qualcosa di patologico.
Se l’individuo vuole essere felice, ha bisogno di essere preso in cura nelle parti sane, non soltanto nelle parti malate o disturbate. La parte “malata” a modo suo parla attraverso il sintomo, ma va ascoltato con cura tutto l’organismo, integralmente.  In caso contrario, si rischia di dover rincorrere esclusivamente i problemi che sorgono. Invece di puntare l’attenzione solo sulle carenze degli individui e delle organizzazioni è senz’altro più opportuno, più funzionale e più gratificante focalizzarsi su risorse, potenzialità. 
È preferibile sostituire alla diagnosi degli errori, che richiama la conseguente calendarizzazione delle negatività, la diagnosi dei punti di forza e il monitoraggio delle positività concrete.
I confini del nostro cervello sono più larghi di quanto pensiamo possano essere. Basta esercitare il cervello a essere largo, esercitarlo ad allargare i confini, ad andare oltre. Noi abbiamo bisogno di creatività, di sensi aperti, noi abbiamo desiderio di spazi infiniti: l’infinito è inscritto in noi. Ogni limite, ogni definizione, ogni ristrettezza, ogni grettezza crea disagio.
La cultura e la formazione, tantomeno la psicologia, non possono avere confini ristretti, forse neanche confini. L’universo è molto largo, perciò allarghiamo il cervello.
 
Cosa chiedere e cosa aspettarsi da uno psicologo, in particolare a scuola?
 Che sia peripatetico, che cammini, che si alzi dal proprio studio e si immerga nel contesto, valorizzando anche i preziosi momenti informali.
Che abbia flessibilità e capacità di adattamento.
Che sia portatore di senso dello humor; la seriosità non è funzionale dal punto di vista educativo - ovviamente va mantenuto il focus sulle varie questioni.
Che abbia capacità di empatia, sensibilità emotiva.
Che abbia genuina intelligenza sociale e sentimento sociale, cioè sia al servizio funzionale dell’istituzione, delle dinamiche di gruppo.
Che sia immune da narcisismo e protagonismo, il che non esclude che possa essere un buon protagonista.
Che sia preparato culturalmente e professionalmente, ma le qualifiche, accademiche non sono assolutamente sufficienti; deve essere presente anche una forte motivazione per un continuo aggiornamento personale e professionale, non solo formale. Appunto perché lo psicologo deve allargare il proprio cervello prima di cercare di allargare quello degli altri.
Che abbia un’età adeguata e abbia sufficiente esperienza.
Che la dicitura per la scuola sia “servizio psicologico” e non “sportello psicologico”, terminologia quest’ultima fredda, burocratica e impersonale.
 
Lei parla e scrive di un “Servizio Psicologico di Sistema”, cosa intende?
I compiti di questo Servizio in sintesi sono:
Orientamento degli alunni per favorire una migliore conoscenza di sé e stimolare uno sviluppo gratificante delle capacità personali.
Consulenza individuale, di coppia o familiare per precisare e ricercare strategie utili ad affrontare alcune problematiche.
Formazione di psicologia sociale e dell’educazione per i genitori, attuata con lavori di gruppo e con l’utilizzo di metodologie attive.
Collaborazione con dirigenti, presidi, docenti e consigli di classe, per approfondire la conoscenza delle situazioni di disagio evolutivo degli alunni e per ricercare metodologie che favoriscano l’apprendimento e la crescita personale.
Intervento nelle classi o in piccoli gruppi su tematiche concordate, con l’obiettivo di incoraggiare una maturazione individuale positiva, di sviluppare il sentimento sociale e di ricercare valori comuni di riferimento.
Se si vuole intervenire più efficacemente bisogna allargare il campo d’azione, prendersi cura anche del contesto, delle istituzioni: è certamente più complesso, ma si diventa più incisivi!
Io ritengo più funzionale intervenire in un’ottica di psicologia della salute in senso olistico e, conseguentemente, strutturare un Servizio Psicologico che affronti soprattutto gli aspetti evolutivi e positivi degli individui e dell’organizzazione scolastica. Per esempio, io sono stato per 20 anni presente dal 1 settembre al 30 giugno di ogni anno scolastico, quindi anche in fase di progettazione e di consuntivo finale.
 
So che a lei sta pure a cuore l’educazione alla felicità… Ci fa qualche esempio dei suoi interventi innovativi? Sia formalizzati che, presumo, informali…
Anche i dialoghi informali sono importanti (per esempio nei corridoi, davanti alle macchinette delle bibite, nei cortili, nei cosiddetti “tempi morti”… perché è negli interstizi delle organizzazioni, è negli anfratti delle persone che si intessono relazioni e condivisioni, spesso apparentemente casuali. Come d’altronde è nelle pause dei convegni che sbocciano emozioni, idee o relazioni significative, talora intuizioni prospettiche.
Ho incontrato genitori con in quali abbiamo realizzato progetti stupendi e innovativi e che sono stati disponibili da molti punti di vista. Con un gruppo ci siamo perfino ritrovati periodicamente per cinque anni, in orario serale, in un locale di Bergamo per una pizzata “ludico-formativa”.
Puoi fare qualsiasi cosa, puoi realizzare progetti stupendi, ma se non sei felice che hai ottenuto? Puoi avere fama, soldi, attenzione e quant’altro, ma se non sei felice dentro che hai raggiunto? Hai imparato a essere felice o infelice?  Ovviamente nessuno desidera essere infelice, a parole… Però, nella nostra realtà chi è infelice e triste - perfino chi “rompe”- ha molta più attenzione di chi è felice, di chi si sente realizzato. Spesso anche chi sta male - e non gli fa certo piacere - ha il vantaggio di avere più attenzione, di sentire la simpatia altrui, talora di trovare chi lo accudisce.
Un ragazzo molto acuto di un liceo mi confidava nel suo tipico linguaggio adolescenziale: “Se voglio che qualcuno a casa mi caghi, devo combinare qualcosa. Se faccio bene le cose non se ne accorgono o mi dicono che è il mio dovere, lo danno per scontato”.
Talora chi è felice suscita gelosia, dà quasi fastidio. L’infelicità e la tristezza danno il vantaggio, pagato a caro prezzo, dell’attenzione e della considerazione altrui. Consideriamo che un bambino felice è un alunno migliore, un ragazzo felice è uno studente migliore.
Più uno è se stesso, più è gratificato e felice; più uno è fedele a se stesso più si orienta nell’esistenza…
Il progetto di orientamento con le classi terze della scuola secondaria di primo grado in atto da diversi anni amplia il concetto di orientamento scolastico e professionale, integrandolo all’interno della struttura di personalità del soggetto e collegandolo agli specifici valori personali. Vengono somministrati cinque test a tutti gli alunni della classe terza:
QSA (questionario sulle strategie di apprendimento) con rilevazione di sette fattori cognitivi e di sette fattori affettivi/motivazionali; Interessi professionali con nove macroaree di interessi; Valori professionali con sei aree di valori: valori intrinseci per sondare la motivazione intrinseca, interiore e la motivazione estrinseca, esteriore; Stili di apprendimento con rilevazione di tre aree: canali sensoriali prevalenti, modo di elaborare le informazioni, modalità di lavoro; Autostima con rilevazione di sei sottoaree.
Complessivamente gli indicatori di personalità sondati per ogni alunno sono quarantadue. Questo progetto può essere realizzato anche individualmente sia in presenza che online.
Qualche altro esempio?
Ho scoperto bambini e ragazzi incredibilmente maturi e consapevoli, al di là dell’età cronologica. Per esempio, un ragazzo appena adolescente mi confidava: “Sa, mio papà è ancora un adolescente”, ma lo affermava con tono di positiva accettazione, senza sminuire suo padre, anzi semplicemente accettandolo per come era. Da lì siamo partiti per coinvolgere la sua famiglia e attivare un percorso educativo.
Ho conosciuto insegnanti maestri di vita, che non si limitavano a far apprendere la loro materia, ma vivevano ciò che insegnavano, semplicemente: così sono diventati modello e stimolo per i ragazzi.
Come ho già detto, ho incontrato genitori con in quali abbiamo realizzato progetti stupendi e innovativi e che sono stati disponibili da molti punti di vista.
Per esempio, una domenica abbiamo condiviso una giornata di giochi e di riflessioni tra genitori, ragazzi e bambini in un rifugio alpino con ampi spazi e campi da gioco: dato che eravamo in 103 partecipanti, l’abbiamo chiamata “la carica dei 103”!
Ho lavorato con presidi che mi hanno consentito un ampio raggio d’azione, creandomi fiducia attorno.
Ho collaborato anche con il personale amministrativo e ausiliario: alcuni di questi hanno portato alla mia attenzione elementi preziosi dei ragazzi e del personale scolastico, con delicata discrezione.
Purtroppo ho anche dovuto, non raramente, alzare bandiera bianca di fronte a situazioni personali, familiari o sociali all’interno delle quali gli adulti si sono irrigiditi, o pervicacemente non sono stati disponibili a nessun tipo di cambiamento, a nessun ascolto di cuore.



Nel suo libro dà importanza anche all’incoraggiamento, in che senso?
Troppe persone hanno poca consapevolezza delle loro qualità e delle loro risorse, non si sentono sicure del proprio valore e non hanno sufficiente fiducia in se stesse; hanno appreso che “non sono abbastanza”, che “non valgono abbastanza”.
La coscienza del proprio valore non è una dote di natura, ma si acquisisce gradualmente con l’esperienza e con la sperimentazione concreta della propria forza positiva e della propria sicurezza. Colui che fin da piccolo ha esperito il proprio valore, prima in famiglia e poi nei vari contesti relazionali, che è stato amato senza condizioni (cioè per quello che è), colui che porta in dote incoraggiamenti e conferme positive costruisce una personalità sicura, presenta buona autostima. “Il bambino è il padre dell’uomo”, ha affermato Alfred Adler, uno dei padri della psicologia del profondo.
L’incoraggiamento è una potente apertura mentale, è un’infusione di speranza per il futuro. La seguente affermazione di una docente rivolta a una ragazza mi sembra significativa: “So che ci sei, posso aspettare!”. E aggiungeva: “Ricordati però che ci sono anch’io, se ne hai bisogno!”.
 
Ci può precisare in breve i presupposti per educare un individuo felice?
I due pilastri fondamentali di un soggetto felice sono: avere buon livello di autostima e sviluppare l’intelligenza sociale, il sentimento sociale. In tal modo l’individuo cresce e fa crescere la società. Princìpi, valori e modalità concrete di educazione possono sollecitare l’emersione dei pregi di ognuno, stimolare a comunicare bisogni, emozioni e idee, incoraggiare la realizzazione di progetti e di sogni, favorire la ricerca e la creatività. In caso contrario prevarrà un’educazione fondata prevalentemente sulla critica negativa, sulla punizione, sul rigore… È certamente bello vincere ai rigori, come ha fatto la nostra nazionale di calcio agli ultimi europei. In base alla mia esperienza, invece, non è funzionale in educazione imporre e vincere con il rigore, soprattutto in età evolutiva… Anzi, spesso il rigore eccessivo provoca un effetto contrario a quello prefissato e irrigidisce le relazioni interpersonali.
Per navigare nell’educazione e nella formazione servono pochi semafori e numerose rotonde, ovviamente rotonde realizzate correttamente… I semafori sono piuttosto limitati, troppo rigidi e poco intelligenti, fanno fermare anche quando non ce n’è bisogno… Le rotonde allenano la flessibilità e la responsabilità di chi è coinvolto e permettono di personalizzare l’andatura e il percorso, da ogni punto di vista… A buon intenditor poche parole…
 
Nel suo libro accenna alla scuola come laboratorio di interiorità: potrebbe illustrare come?
Porsi quesiti nuovi, oltrepassare i soliti orizzonti, guardare i vecchi problemi da un nuovo punto di vista diverso stimola l’immaginazione creativa e determina anche il progresso della scienza.
Secondo varie statistiche, poco più del 20% del successo di un individuo dipende dal suo Q.I. (quoziente intellettivo); circa l’80% del successo è attribuibile ad altri fattori, evidentemente più determinanti dell’intelligenza logica e astratta legata al cervello razionale. In quell’80% entrano in campo anche i fattori della dimensione affettiva e relazionale.
Le emozioni positive, i sentimenti positivi ci fanno sentire sicuri, ci fanno sentire a casa; aiutano anche a mantenere la coerenza dei ritmi fisiologici, per esempio del ritmo cardiaco. Le emozioni e i sentimenti negativi ci fanno percepire di poco valore.  Quasi tutti affermano che la scuola debba prendersi cura delle componenti affettive, sociali e creative degli studenti, affinché essi non crescano disconnessi dalla propria interiorità profonda, cioè spersonalizzati. Di fatto, però, la scuola in molte occasioni sembra faccia scelte più “materialistiche”, ricercando valutazioni prevalentemente oggettive, parcellizzando i saperi; punta – giustamente – sull’informatica, ma dovrebbe puntare maggiormente su un’iniezione di anima, di pathos, di passione. L’uniformità spesso è privilegiata in alternativa alla creatività.
Apprendere è molto più che studiare, non si limita al solo sapere: è esperienza, è scoperta sempre più profonda della propria essenza. È un viaggio dentro se stessi. L’espressione “andar lontano” riferita nei miti va tradotta con “avvicinarsi a se stessi”, “entrare dentro la propria essenza”; “salire sul monte” significa “meditare per ritrovare se stessi”; “trovare un filtro miracoloso” corrisponde a “essere consapevoli del divino” che ognuno ha dentro, scoprire e fare esperienza (non solo parlarne) del Sé che trascende l’Io. Comunque sia, si viaggia verso mete lontane, per arrivare al proprio nucleo profondo e scoprire altre potenzialità: il vello d’oro è dentro ognuno, non fuori.
Servono strumenti specifici e persone educanti che aiutino bambini e ragazzi a “contattare” nel profondo il proprio Sé corporeo, emotivo, creativo, sociale.
Varie metodiche possono aiutare l’alunno ad attivare le proprie potenzialità creative ed energetiche per gestire stress e frustrazione: tecniche di rilassamento, visualizzazioni guidate, metodiche legate alla PNEI (psico-neuroendocrino-immunologia) e a varie tipologie di meditazione. Numerosi studi scientifici puntualizzano gli effetti benefici della meditazione (biochimici, fisiologici, psicologici e spirituali).
 
Cosa intende per andare a scuola di comunità? Come si realizza per lei una buona educazione interrelazionale?
“Io non sono se non sono in un campo psichico con gli altri, con la gente, con gli edifici, con gli animali, con le piante”, ha scritto lo psicoanalista James Hillman.
Un ragazzo della scuola secondaria di primo grado ha affermato in un lavoro di gruppo: “La mia classe è piena di ragazzi sociali.” In un cervello ci sono, poco più poco meno, circa dieci miliardi di neuroni, però ciò che forma l’intelligenza non sono i neuroni in sé, sono le connessioni tra loro, le sinapsi. E queste connessioni si attivano quando ci sono interazioni col mondo: queste sono il risultato della relazione con l’ambiente circostante, con le persone, con la società. Per essere sani e continuare a star bene, anche a livello biologico, occorre essere in relazione.
Non siamo sufficienti a noi stessi, la nostra realizzazione non può avvenire esclusivamente all’interno dei nostri confini. Troppo poco si è fatto per sviluppare l’intelligenza intrapersonale e interpersonale; l’apprendimento scolastico, di fatto, è spesso, una questione esclusivamente privata, del singolo; poco del gruppo o della comunità. Ecco cosa mi ha comunicato un ragazzo: “Basta che io vada bene a scuola perché tutti siano contenti; nessuno si preoccupa se cresce anche la mia classe, il mio gruppo; allo spirito di squadra sembra più attento il mio allenatore di basket”.
Rigorose ricerche hanno dimostrato come la creazione di relazioni efficaci nella classe migliori i livelli di concentrazione e di apprendimento. Un occhio alla didattica e al profitto, un occhio alla persona, ma anche un occhio al gruppo.
Una siffatta educazione costruisce ponti, connessioni tra individuo e individuo, tra adulto e bambino o ragazzo. Il doppio ruolo educativo dell’adulto penso sia questo: per un verso fare da specchio affinché il bambino e il ragazzo riconoscano il loro essere autentico, dall’altro incoraggiare le migliori prospettive per il futuro.
Un ragazzo mi confidava: “Voi adulti gridate e sgridate troppo!”. Una ragazza notava: “Gli adulti sono abituati a dare risposte senza essersi fatti domande su cosa provo e vivo io”; un’altra affermava: “Gli adulti dicono sì la verità, ma solo quella che interessa a loro”. Forse è il caso di ridare valore agli aspetti dell’identità personale collegati alle relazioni interpersonali, ai valori comunitari. “I grandi spiriti creano e non criticano”, ha affermato Georg Christoph Lichtenberg, un fisico e scrittore tedesco del 1700.
 
Ha qualche indicazione per l’attuale situazione piuttosto critica e difficile?
Occorre ritornate a focalizzarsi sul positivo… (non di un virus...) sulla autentica positività: passare dal negativo al positivo.
Si racconta che un monaco ricevette la visita di un suo confratello e, illustrandogli la regola monastica, elencò le norme a cui si atteneva: “La nostra comunità non vuole commettere violenze di nessun tipo, non vuole approfittarsi delle persone, non vuole usare sostanze proibite, non vuole rubare, non vuole danneggiare le cose…” e così via. Il monaco ospite, alla fine dell’elenco dei divieti, commentò: “Ho capito molto bene ciò che non farete o che non desiderate fare; mi spieghi ora cosa volete e cosa desiderate!”.
Tanti sono stati e sono abili a metterci paura (“Attenzione a…!”, “Non fare…!”, “Non dire…!”), pochi ci danno esempi e strumenti per agire. Troppi ci avvisano, ci intimano, ci impongono ciò che non si deve fare, ci somministrano lunghi menu di proibizioni. Chi ci offre esempi? Chi suggerisce ipotesi, punti di vista e incoraggiamenti per sviluppare le nostre doti? Con la sola proibizione o repressione non è possibile affrontare la violenza, la rabbia, la patologia, i mali interiori e del mondo.
Essere esente da malattie non significa necessariamente essere in buona salute. La salute non è solo assenza di malattie, ma attivazione delle forze sane interiori, risveglio di se stessi. Se non si trova qualcosa di valido, qualcosa di prezioso, un valore di riferimento per cui impegnarsi sarà molto difficile abbandonare il negativo.
Spesso mi sono trovato di fronte a ragazzi che, sia esplicitamente che implicitamente, hanno rilevato che l’esistenza degli adulti era caratterizzata da forti princìpi e credenze (si deve fare) ma dall’anemia dell’azione (sono responsabile, scelgo, progetto, faccio). Risulta sterile fondare l’educazione solo su proibizioni e su contenuti tecnici senza offrire valori positivi di riferimento e senza che questi siano incarnati concretamente negli adulti.
 
Ne può precisare un’altra?
È importante sviluppare la capacità di ascolto che dà modo di aumentare la comprensione reciproca. Si sa fin troppo bene che sentire non è ascoltare. Ascoltare veramente chi ci sta davanti, al di là dell’essere d’accordo o meno, cioè percepire la sua personalità e compartecipare emotivamente, necessita di tempo, di fatica e di un pluriennale training. D’altronde non esiste nessun progetto o nessun apprendimento serio che non abbia bisogno di studio, di tempo, di fatica e di monitoraggio continuo.
 
Cosa ci suggerisce come messaggio finale?
Chi non si è mai sentito piccolo di fronte all’impegno educativo? C’è qualcuno che forse non ha provato scoraggiamento quando si è imbattuto in difficoltà di ogni tipo? Lacci, legacci e vincoli: burocratici, organizzativi, di tempo, logistici; impatti impegnativi con personalità variegate di alunni; situazioni familiari complesse e contesti culturali differenti. In certi momenti possono aggiungersi incomprensioni, svalorizzazioni del lavoro effettuato. Si odono frasi ricorrenti: “Ma a che serve?”; “Tanto chi riconosce il mio lavoro, i miei sforzi?”; “Tanto non vale la pena!”; “Chi me lo fa fare?”
Dilemmi, delusioni, ambivalenze, frustrazioni, sospetti, scoraggiamenti, arrabbiature. Nonostante ciò, è possibile che il mondo educativo riconosca concretamente e mantenga la memoria di speranze, di gratificazioni, di gioie, di passioni educative per far crescere il positivo?
Non è il tempo della resa ma dei progetti, della ricerca di prospettive: abbiamo dentro di noi paure e angosce profonde, ma anche insondabili e incredibili risorse. Un medico rianimatore di Sondalo ha affermato dopo la morte di Ambrogio Fogar, tetraplegico per gli ultimi tredici anni della sua vita dopo un’esistenza colma di avventure in tutto il mondo: “Ambrogio ha trovato delle risorse interiori che neppure lui sapeva di avere”. Lo stesso Fogar si è espresso così in un’intervista: “Nessun destino può incatenarmi l’anima, il sogno, la fantasia”. In numerose occasioni ho constatato che molte persone hanno riscoperto qualcosa che non sapevano o non credevano di possedere. Ho sentito spesso frasi del tipo: “Non pensavo! Non credevo! Chi l’avrebbe detto! Caspita, però ce l’ho fatta!”.
La speranza è un aggancio con le possibilità reali del presente.
Una poesia di Mahmoud Darwish termina così: “Sono nato per il sole che sorge, non per quello che tramonta”.
Una bella scommessa anche per la scuola: progettare il futuro e per il futuro.
Nonostante!

a cura di Francesca Ghezzani
Tags

Below Post Ad