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La Modernità e il patologico culto dell’attualità: ne parliamo con lo studioso e scrittore Stefano Sciacca

Sir William Shakespeare, buffone e profeta, il libro dello scrittore e studioso Stefano Sciacca apprezzato anche dalla più autorevole critica shakespeariana internazionale, è un testo sulla Modernità o, più precisamente, un esercizio sul significato da attribuire a questa parola.

Stefano, sembrava che di Shakespeare si fosse detto e scritto tutto… ma, evidentemente, non è così. Il tuo libro andrebbe letto prima o dopo aver approfondito le opere del drammaturgo inglese?
Non credo che un momento sia migliore dell’altro. Mi auguro, infatti, che chi conosce già i drammi shakespeariani possa riconsiderarli in una diversa prospettiva, quella comparativa adottata dal mio testo. Allo stesso modo, spero che chi ancora non ne ha approfondito l’analisi, possa esservi stimolato proprio dalla lettura di Sir William Shakespeare, magari in ragione delle analogie emerse con gli altri intellettuali inattuali alla comunità ai quali è appunto dedicata la mia ricerca.  

Di fatto, Shakespeare come è funzionale all’obiettivo di parlare di Modernità?
In quanto epoca, la Modernità viene generalmente fatta risalire alla scoperta dell’America che ha sconvolto sotto molteplici punti di vista l’esistenza della vecchia Europa. Shakespeare visse in prima persona le trasformazioni socio-culturali che contraddistinsero quel momento storico e opere come Il mercante di Venezia offrono una vivida testimonianza della transizione allora in atto. 

Se, invece, con la parola Modernità ci riferiamo al culto dell’attualità che contraddistingue l’atteggiamento borghese nei confronti della Storia e del proprio ruolo rispetto a essa, Shakespeare, con le sue vicende biografiche e l’influenza da queste esercitata sulla sua poetica, costituisce un chiaro esempio delle contraddizioni che affliggono l’artista alle prese con una società che non riconosce più all’intellettuale il suo tradizionale ruolo di guida, ma ne subordina l’apprezzamento al successo commerciale. Nella sua vita e nelle sue opere il drammaturgo inglese risultò costantemente combattuto tra la nostalgia per i tradizionali valori della comunità aristocratica, del cui fascino subiva il richiamo, e l’ambizione di affermarsi nella nascente società borghese. Un’ambizione che riuscì a soddisfare a livello economico, ma che gli procurò sul piano personale più vergogna che soddisfazione.  

Dunque, il rapporto conflittuale che egli intrattenne con l’attualità e con se stesso, in qualità di artista in cerca di una definizione sociale, ha anticipato l’esperienza di tanti intellettuali che sono vissuti, hanno sofferto e sono morti nei secoli successivi, mentre i principi borghesi del mercato finivano per imporsi sull’attività creativa, condizionandola con intensità sempre maggiore.   

E gli altri nomi che citi come li hai scelti durante i tuoi studi?
Si è trattato di incontri, spesso fortuiti, con altri membri di quella comunità. Incontri ai quali resto continuamente aperto, considerando di poter ancora ampliare moltissimo i riferimenti bibliografici sui quali è sorta la prima versione del mio testo. Durante questi incontri, ogni autore ha, a propria volta, provveduto a introdurmi ad altri accoliti. È accaduto appunto così, che leggendo un autore, cioè, finissi inevitabilmente per ripensare alle parole di un altro. Il quale, pur vivendo distante nel tempo e nello spazio, condivideva la medesima sensibilità e, in particolare, un’analoga insofferenza nei confronti delle mode imperanti presso i propri contemporanei. E mettesse in discussione tutto ciò che questi idolatravano incondizionatamente, proponendo l’alternativa del dubbio e adottando un atteggiamento che, prendendo spunto da Shakespeare, potremmo definire amletico.  

Nel corso della Storia dell’Europa occidentale, ogni grande sistema politico-economico-culturale ha vissuto una deriva moderna, allorché il culto dell’attualità ha oscurato il valore delle tradizioni. Un processo al quale gli intellettuali inattuali si sono ripetutamente opposti, sviluppando una poetica del dissenso che unisce tra loro Seneca e Pirandello, Dante e Shakespeare, Dostoevskij e Nietzsche, Goya e Van Gogh e moltissimi altri ancora.   


Insomma, che significato dovremmo attribuire alla parola “Modernità”?
Modernità è un esempio di sostantivo derivato dall’aggettivo. Il termine tardo latino modernus fu impiegato per la prima volta nell’alto medioevo dai depositari del sapere letterario e della sensibilità storica, vale a dire gli ecclesiasti. Più esattamente nel 494, papa Gelasio vi ricorse per distinguere gli usi più recenti rispetto a quelli conformi alla tradizione (antiqua traditio). Originariamente, dunque, l’aggettivo si riferiva alla pertinenza rispetto al momento presente, individuando una distinzione rispetto a ciò che, al contrario, avesse ancora subito il condizionamento del passato. Dunque, modernus esprimeva la propensione a produrre una cesura con il passato e le sue tradizioni. All’epoca questa propensione non era motivo di particolare apprezzamento. Anzi, al contrario, venne progressivamente avvertita come una minaccia, specie da parte di chi traeva e legittimava il potere proprio in virtù di una secolare tradizione. 

Ma le trasformazioni socioculturali legate al progresso tecnico-economico hanno stravolto radicalmente la percezione della relazione tra passato e presente. A questo mutamento psichico ha contribuito l’ascesa del borghese il quale, come osservò Dostoevskij, ha vergogna del passato allorché non possedeva nulla e paura del futuro nel quale potrebbe perdere tutto. Perciò egli venera il presente nel quale trionfa e cerca disperatamente di preservarlo da ogni rischio di rivoluzione. Il borghese è il campione del presente, risentito e allo stesso tempo spaventato nei confronti dei tradizionali poteri del passato o delle spinte innovatrici e riformiste.  

Mi sembra che, in conseguenza di ciò, la “modernità”, in quanto prevalenza di ciò che è moderno e dunque attuale rispetto a ciò che appartiene alla tradizione passata, abbia assunto nella percezione comune il significato di raggiungimento e sintesi delle migliori condizioni possibili per effetto del progresso. Dalla constatazione di un dato oggettivo, la distinzione tra vecchio e nuovo sottesa ai primi utilizzi del termine modernus, si è passati cioè a una valutazione di merito, secondo la quale ciò che è nuovo sarebbe anche migliore di quanto è vecchio. In questo travisamento del significato originario della parola, per opera del pensiero borghese, espresso attraverso enciclopedie, dizionari e dottrina, si può ravvisare una prova della contraddittorietà della borghesia medesima che, da rivoluzionaria è divenuta reazionaria, non ha appena ha sovvertito l’antico regime. E, dalle aspirazioni riformiste della rivoluzione, si è spostata su posizioni sempre più conservatrici, a difesa di uno status quo che la vedeva all’apogeo della propria parabola. 

Nella parola modernità, dunque, si coglie il sintomo di quella evoluzione del pensiero occidentale che, per impulso della borghesia, ha progressivamente determinato una svalutazione del passato nei confronti del presente e una sopravvalutazione del presente rispetto alla tradizione. In questo consiste il patologico culto dell’attualità nel quale si risolve quella che io definisco la malattia della Modernità.    

Infine, ognuno di noi è figlio della propria epoca. A tuo avviso, tra un secolo che accezione assumerà la parola “Modernità”? 
La parola modernità in termini oggettivo-linguistici seguiterà a indicare la condizione di tutto quanto è moderno, vale a dire pienamente appartenente al proprio tempo, senza alcuna continuità con il passato. E continuerà dunque a esprimere il contrario della parola tradizione, la quale all’opposto individua la continuità tra passato e presente che si compie attraverso un passaggio di mano. 

A poter mutare sarà invece la percezione, in termini soggettivo-culturali, del valore da attribuire a questa condizione di novità e attualità nel confronto con la tradizione. E il mio augurio, da studioso, è quello che le generazioni future, senza smettere di ricercare la felicità nel proprio presente, si lascino guidare dagli insegnamenti del passato, riconoscendo il valore della tradizione e diffidando della moda che pretende, soprattutto per ragioni di interesse, di considerare la novità un valore in se stessa. 

Di Francesca Ghezzani


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