Matoh racconta la solitudine in “Mai abbastanza”: «Scritta da solo, per chi si sente solo»


Con “Mai abbastanza”, Matoh firma un brano intimo e diretto che nasce dalla solitudine e a chi si sente solo si rivolge. «Scritta da solo, per chi si sente solo», la canzone affronta senza filtri il conflitto tra lucidità e autosvalutazione, tra desiderio di essere di più e la sensazione di non meritarselo.

Un pezzo che non cerca assoluzioni, ma accetta la fragilità come parte integrante del percorso umano e artistico. In questa intervvista per Il Riflettore, Matoh racconta il suo rapporto con la scrittura, con le proprie ombre e con quella tensione costante che trasforma la vulnerabilità in musica.

Hai detto che è una canzone “scritta da solo, per chi si sente solo”: quanto conta la solitudine nel tuo processo creativo?
Tutto ciò che scrivo lo scrivo da solo, grazie alla solitudine stessa. Perchè soltanto chi si sente così può sperare di essere compreso da chi vive la solitudine come una vecchia amica. Solo chi accetta la propria ‘’singolarità’’ può auspicare alla pluralità, e quindi a comprendere, ad essere compreso e a comprendersi.

Scrivi più facilmente quando sei in equilibrio o quando sei in crisi?
Nella mia più modesta opinione, non esiste equilibrio quando si sceglie di esprimersi con la musica. Scrivere canzoni ti pone costantemente sul filo della ragione, ad un passo dal baratro, come se stare lì, a pochi passi dal vuoto, ti conferisse quell’adrenalina necessaria ad affrontare tutto. E’ un po’ come il bunjee jumping, è logicamente rischioso, ma straordinariamente illogico non appena salti e ti resta addosso quella spiazzante sensazione di onnipotenza.

In questo brano non cerchi assoluzioni: è stata una scelta consapevole?
Soltanto a metà: la mia parte razionale e quella autosabotante qui si scontrano. Da un lato c’è la lucidità di aspettarsi di meglio, dall’altra la consapevolezza (macchiata dall’autosvalutazione) di non meritarselo.

Ti capita mai di rileggere i tuoi testi e riconoscerti troppo?
Non solo. Spesso mi capita di rileggerli, e di empatizzare con me stesso. Mi dispiaccio della mia stessa sofferenza. Per chi è fortemente empatico come me è naturale immedesimarsi nel dolore altrui, ma riuscire a riconoscere e accettare quello mio è sempre stato molto difficile, ma la mia musica in questo mi ha aiutato molto.

Che rapporto hai oggi con le tue fragilità?
Non siamo amici per la pelle, ma neanche acerrimi rivali. C’è un mutuale rispetto, uno spontaneo commensalismo necessario. Io le accetto, loro nutrono il mio desiderio di migliorarmi.