CALANCO: l’album “solchi” e l’energia della musica dal vivo


Con il loro album d’esordio “solchi”, i CALANCO raccontano inquietudini, fragilità e contraddizioni attraverso sonorità sporche e un linguaggio diretto. Nato principalmente dalle jam session in sala prove, il disco conserva una forte impronta live, elemento centrale dell’identità della band. Nell’intervista per Il Riflettore, il gruppo racconta il rapporto con il pubblico, la libertà di sperimentare sul palco e il significato del rumore come forma di espressione emotiva.

Avete detto di voler portare questo rumore soprattutto nei club. Che cosa succede a una canzone dei CALANCO quando davanti non avete microfoni da studio ma persone a pochi metri dal palco?
Quando portiamo una canzone sul palco a pochi metri dal pubblico, questa acquista sicuramente una dimensione diversa che riscontriamo soprattutto in una maggiore energia, sebbene anche nel disco abbiamo cercato di renderla al meglio. È proprio questa la dimensione a cui puntiamo maggiormente e nella quale ci sentiamo più noi stessi, più autentici. In un certo senso, viviamo per questo.
Naturalmente è bellissimo anche andare in studio, registrare e curare ogni singolo dettaglio, ma quello che ci dà una spinta in più è il sudore del palco, le vibrazioni degli amplificatori e della batteria che si muovono in entrambe le direzioni: da noi verso il pubblico, ma anche dal pubblico verso di noi.
Vedere qualcuno che comincia a pogare sotto il palco nel momento giusto, oppure riconoscere tra le persone qualcuno che ha già ascoltato le nostre canzoni e inizia a cantarne anche soltanto qualche parola del ritornello, è qualcosa che ci dà una carica enorme. D'altronde, siamo al nostro disco d'esordio e i nostri brani non sono ancora conosciuti da tutti, quindi anche questi piccoli segnali hanno un valore particolare.
Quando percepiamo questa partecipazione, la nostra energia sul palco aumenta a sua volta. Si innesca una sorta di scambio continuo che rende ogni concerto diverso e che, per noi, rappresenta uno degli aspetti più belli del suonare dal vivo.

Quanto il vostro modo di comporre tiene conto fin dall’inizio della resa dal vivo?
Per questo primo disco teniamo sicuramente molto conto della dimensione live, anche se non sempre in modo del tutto consapevole. In parte è una scelta voluta, ma soprattutto è una conseguenza del nostro processo compositivo: quasi tutti i brani di “solchi” sono nati dalle lunghe sessioni di jam session nella nostra sala prove.
Di conseguenza, molti degli elementi che si sentono in “solchi” vengono riproposti dal vivo così come sono stati concepiti. Non c'è una distanza particolarmente marcata tra quello che abbiamo registrato e quello che portiamo sul palco.
Questa cosa ci piace molto, perché volevamo esordire con un disco che fosse il più possibile viscerale e autentico, senza troppe sovrastrutture di arrangiamento. Ci interessava preservare l'immediatezza che nasce quando suoniamo insieme nella stessa stanza, e crediamo che la forte componente live del disco sia proprio il risultato di questo approccio.

“RnR serena” sembra avere una componente quasi rituale e fisica. È il brano che immaginate più vicino a una dimensione collettiva da concerto?
Sì, “RnR serena” è probabilmente il brano che si prende meno sul serio all'interno di “solchi”. Proprio per questo alla fine della canzone abbiamo voluto inserire degli applausi, nel momento in cui viene incitato il pubblico ad applaudire. È un po' un gioco, come quando si invita una platea a partecipare e questa risponde: l'idea era quella di ricreare la sensazione di trovarsi davanti a un pubblico vero, anche nella parte dello special in cui c’è un coro leggero che canta con noi.
È un brano piuttosto strano, anche nella sua struttura. Pensiamo all'assolo di chitarra ad esempio, che ha una forte componente noise e non punta certo sul virtuosismo. È una canzone che si basa soprattutto sulla pancia, sull'istinto e sulla voglia di saltare e sudare insieme sotto il palco.
Anche dal vivo abbiamo notato che funziona particolarmente bene, soprattutto perché tendiamo a inserirla verso la fine della scaletta, quando il pubblico è già caldo e l'energia è alta. A quel punto diventa quasi uno sfogo collettivo: ci si diverte, si salta, si lascia andare un po' tutto quello che si è accumulato durante il concerto. Ed è proprio questa dimensione fisica e condivisa che rende “RnR serena” un brano particolarmente adatto alla dimensione live.

Nei club il pubblico può reagire in modo immediato, persino imprevedibile. Vi è mai capitato che una reazione dal vivo vi facesse capire qualcosa di nuovo su una vostra canzone?
Sì, ci è capitato ad esempio con “rocciasangue”, un brano a cui teniamo molto ma che per struttura e durata non abbiamo mai considerato adatto a diventare un singolo. Dal vivo però le cose cambiano completamente. Non dobbiamo necessariamente sottostare a quei vincoli di durata, intorno ai tre minuti o poco più, che negli anni si sono imposti per i singoli, anche in funzione delle esigenze radiofoniche e discografiche.
Sul palco possiamo prenderci più spazio e, in alcuni punti, allunghiamo “rocciasangue” rispetto alla versione su disco. Proprio durante un concerto al Centrale 66 di Modena ci è capitato di alzare lo sguardo nel momento centrale dell'assolo di chitarra, e vedere le persone davanti al palco muoversi praticamente tutte all'unisono.
È stata una sensazione molto bella, perché in quel momento abbiamo percepito quanto quel passaggio riuscisse a coinvolgere fisicamente le persone, quasi creando una sorta di ipnosi collettiva. È una cosa che magari non realizzi pienamente mentre stai componendo o registrando un brano, ma che ti si manifesta chiaramente quando lo suoni dal vivo e ti accorgi di quello che succede davanti a te.
Ecco, quell'episodio ci ha fatto capire ancora di più che “rocciasangue”, pur non essendo necessariamente un brano pensato per funzionare come singolo, può avere una forza particolare sul palco. Ed è anche per momenti come questi che per noi la dimensione live rimane così importante.

Quanto vi interessa conservare sul palco gli stessi arrangiamenti del disco e quanto invece preferite deformarli?
Non abbiamo problemi a modificare gli arrangiamenti per rendere il live più scorrevole. Anzi, crediamo che dal vivo ci si possa permettere di osare un po' di più. Quando si lavora a un disco, soprattutto nel contesto musicale attuale, è più difficile inserire intermezzi molto lunghi, a meno che non siano realmente funzionali al brano. Eppure anche su “solchi” abbiamo lasciato spazio a parti strumentali piuttosto importanti, perché fanno parte del nostro modo di intendere la musica.
Dal vivo possiamo amplificare ulteriormente questo aspetto, prendendoci più libertà e lasciando che certi passaggi si sviluppino in maniera diversa. Per il live che abbiamo preparato per i club nella prossima stagione invernale-primaverile, non abbiamo stravolto gli arrangiamenti del disco. Al contrario, il lavoro in studio ci ha permesso di rivedere alcune soluzioni che utilizzavamo già dal vivo e di avvicinarle maggiormente alle versioni registrate, perché nel frattempo avevamo trovato delle idee che ci convincevano di più e che funzionavano meglio.
Questo non significa rinunciare alla spontaneità. Ci teniamo sempre qualche elemento in più rispetto al disco: momenti in cui possiamo creare atmosfera, andare “a braccio” e giocare con il pubblico. Ci piace avere una struttura solida su cui fare affidamento, ma anche lasciare aperta la possibilità che qualcosa cambi ogni sera. Per noi il live deve mantenere proprio questo equilibrio tra ciò che abbiamo costruito e quello che può succedere sul momento.

Esiste una differenza tra il “rumore” che serve a coprire qualcosa e quello che serve invece a liberarlo?
Crediamo che la differenza stia soprattutto nell'intenzione. Il rumore può essere utilizzato per coprire qualcosa, per nascondere delle fragilità o per riempire uno spazio, ma può anche diventare un modo per portare in superficie emozioni che altrimenti sarebbe difficile esprimere.
Nel nostro caso, il suono sporco e aggressivo è una componente importante dell'identità dei CALANCO, ma non lo abbiamo mai vissuto come un semplice esercizio di volume o distorsione. Ci interessa che abbia un significato e che sia coerente con quello che stiamo cercando di raccontare. A volte abbiamo bisogno di un suono pesante, quasi fisico, per dare forma alla rabbia o al malessere; altre volte, invece, lasciamo spazio a momenti più intimi e riflessivi, proprio perché crediamo che il contrasto renda tutto più efficace.
Per noi il rumore che libera è quello che non cerca di nascondere ciò che c'è sotto ma lo porta in primo piano. È un modo per dare sfogo a qualcosa che facciamo fatica a esprimere a parole, senza necessariamente doverlo risolvere o spiegare. In questo senso, anche il rumore diventa una forma di espressione emotiva, uno strumento per tirare fuori quello che abbiamo dentro e condividerlo con chi ci ascolta.

Se poteste progettare il concerto ideale per “solchi”, senza limiti tecnici o economici, che tipo di spazio scegliereste?
Soprattutto per questo primo disco, ci piacerebbe sicuramente suonare in mezzo alla natura, magari proprio sotto un calanco. Immaginiamo una location suggestiva, con le luci puntate sulle pareti di terra, capaci di valorizzarne le forme e renderle ancora più affascinanti durante la notte. Sarebbe un modo per legare ancora di più la nostra musica al territorio da cui veniamo e all'immaginario che ha dato origine al nome CALANCO.
Allo stesso tempo, negli anni ci siamo resi conto che spesso gli spazi chiusi garantiscono una resa sonora migliore, quindi non rinunceremmo a questo aspetto. Se davvero non avessimo limiti di budget, vorremmo un impianto audio pazzesco, capace di far arrivare tutti i dettagli dei brani suonati in modo uniforme e coinvolgente in ogni punto della platea.
Non immaginiamo necessariamente un concerto davanti a decine di migliaia di persone: ci “basterebbero” duemila o tremila persone, in un luogo così suggestivo da diventare parte integrante dello spettacolo. Sarebbe una grande figata, chissà che un giorno non riusciremo ad organizzare un festival, il “CALANCO Fest”, in questa location assurda dove musica e open bar non dovrebbero mai mancare.

Quando scendete dal palco, qual è il segnale che vi fa dire: “questa sera il concerto ha funzionato davvero”?
Prima ancora di guardare la reazione del pubblico o ricevere i giudizi di qualcuno nel backstage, c'è un momento che per noi vale più di tanti altri: quando stiamo scendendo dal palco, magari proprio sulle scalette, ci incontriamo noi tre, ci guardiamo negli occhi e capiamo di aver reso giustizia ai brani.
È una sensazione a pelle, difficile da spiegare, che si riconosce subito. Magari abbiamo ancora nitidi in testa alcuni passaggi del concerto e iniziamo a dirci: «Hai presente quel pezzo, quel passaggio in quella canzone? Cazzo, è venuto benissimo!». Quando c'è questo entusiasmo immediato appena mettiamo piede fuori dal palco, significa che abbiamo fatto un buon lavoro e che il concerto ha restituito qualcosa di autentico.
In fondo, per noi il segnale più importante è proprio questo: sentire che in quei momenti siamo riusciti a esprimere davvero l'essenza di “solchi” e dei CALANCO. Poi, naturalmente, i giudizi positivi e la risposta del pubblico fanno piacere, ma sapere che siamo noi tre a scendere dal palco con quella sensazione condivisa è già una grande soddisfazione.